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Sindrome del follower per un milione di giovani under 20

Oltre un milione gli under 20 dipendenti dal web, quasi un milione e mezzo i fanatici di smartphone e social network

Mentre si discute della possibilità di accedere gratuitamente a internet e l’Italia arranca per offrire la banda larga su buona parte del territorio, mentre l’Istat rivela che meno di due italiani su tre hanno un computer e poco più della metà dispone di un accesso al web, per circa 15 milioni di adolescenti e giovani fino a 35 anni la tecnologia è invece il pane quotidiano e la rete una compagna di vita insostituibile. Tanto che in 7 milioni non possono più farne a meno, letteralmente: secondo un’indagine condotta da ISPO per l’Osservatorio Salute AstraZeneca, un giovane fra i 16 e i 35 anni su due soffre di quella che gli psichiatri hanno ribattezzato la «sindrome del follower».sindrome_followers

DIPENDENZA – La «malattia» altro non è che la dipendenza dalla rete e dalle tecnologie, ormai così pervasive nella vita delle nuove generazioni: secondo i dati raccolti, il 47 per cento dei giovani non riesce a fare a meno di internet, uno su tre si sentirebbe perso senza smartphone e uno su cinque passa ore e ore su Twitter o Facebook. Le percentuali peraltro sono ancora più consistenti prendendo in esame i ragazzi più giovani, con meno di vent’anni: fra questi ci sarebbero un milione e duecentomila dipendenti dal web, 850mila “malati” di smartphone e 600mila forzati da social network. Le nuove dipendenze sono oggi parecchio più diffuse di quelle temute in passato, come shopping compulsivo e dipendenza dai videogiochi o dal sesso (quello reale, almeno): pare che fra i giovani italiani non vada più «di moda», persi come sono alla ricerca di partner e amici virtuali. Perché il problema sta proprio nella differenza che c’è fra la vita vera e quella che si conduce sul web, stando a Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria: «I ragazzi sono fanatici, ormai, della comunicazione a tutti i costi: soprattutto le giovani donne amano parlare e lo fanno con tutti i mezzi possibili, compresi quelli elettronici, tanto da battere i coetanei maschi nella diffusione delle dipendenze da web, smartphone e social network. Il problema è che confondono la vita reale con quella raccontata in rete, il proprio vero sé con il profilo su Facebook».

INSICUREZZA – «Il bisogno di apparire e raccontarsi agli altri sul web può rendere incapaci di “connettersi” a se stessi, di guardarsi dentro – prosegue Mencacci –. Per questo è importante che i ragazzi capiscano di non essere solo un profilo su un social network: non bisogna limitarsi a interagire con gli altri solo attraverso la tecnologia ma riscoprire il piacere degli incontri in carne e ossa, non si deve misurare il proprio “successo” con il numero di follower e amici su Twitter o Facebook». La dipendenza dai nuovi mezzi di comunicazione, secondo lo psichiatra, nasconde in realtà una grande fragilità e insicurezza nella vita reale, dove le ansie e i fallimenti si nascondono peggio che stando dietro a uno schermo a “distanza di sicurezza” dagli altri. Lo confermano i dati raccolti dall’indagine, secondo cui addirittura l’86 per cento dei giovani ha come prima preoccupazione il lavoro, con un 47 per cento che teme di non riuscire a trovarlo o mantenerlo. Altrettanti hanno paura per la propria situazione economica, uno su tre è spaventato dall’eventualità della miseria o delle malattie. Una generazione di giovani timorosi, insicuri, che si rifugiano sul web per non dover affrontare i guai di un mondo sempre più difficile: un’impresa che diventa praticamente impossibile se lo spirito con cui ci si affaccia alle sfide del domani è la rinuncia. Il livello di benessere perciò non è granché: solo la salute sembra reggere (ne sono soddisfatti 9 giovani su 10), ma la maggioranza ritiene che il proprio livello economico, lavorativo e di realizzazione personale sia scarso, insoddisfacente. Il web e i social network, con queste premesse, diventano allora il luogo più confortevole dove rifugiarsi e «perdersi».

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