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Cervello: la precarietà della materia bianca espone al declino cognitivo


L’instabilita’ della materia bianca nell’uomo contribuisce al maggior declino cognitivo durante l’invecchiamento. Lo stesso processo non avviene, invece, negli scimpanze’. La scoperta e’ di un team di scienziati dello Yerkes National Primate Research Center della Emory University che ha dimostrato che la materia bianca – i “fili” che connettono i centri di calcolo del cervello – inizia a deteriorarsi prima negli esseri umani che tra gli scimpanze’ durante la fase di invecchiamento. Lo studio e’ stato pubblicato nei dettagli sulla rivista Neurobiology of Aging.   “La nostra ricerca rivela che il prezzo che paghiamo per ottenere una maggiore longevita’ rispetto agli altri primati e’ la vulnerabilita’ alle malattie neurodegenerative”, ha spiegato Xu Chen, autore dell’indagine. “La composizione e l’instabilita’ della materia bianca in eta’ avanzata – ha aggiunto – svolgono un ruolo nel determinare questa vulnerabilita'”. Dai risultati della ricerca emerge che l’integrita’ della materia bianca e’ raggiunta a trentuno anni dagli scimpanze’ e a trenta dagli esseri umani. La media di longevita’ dei primati e’ tra i quaranta e i quarantacinque anni contro gli oltre ottanta anni dell’uomo nei paesi sviluppati. “L’equivalente umano dei trentuno anni dello scimpanze’ dovrebbe essere quarantasette anni, momento in cui la nostra materia grigia dovrebbe raggiungere il picco che, invece, inizia a declinare molto prima, intorno ai trenta anni”, ha concluso Chen.

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