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Ginocchio, non protesi ma una molla. Un tecnica italiana per evitare l’impianto delle ‘vecchie’ protesi

Importante ricerca italiana presentata al congresso europeo ESSKA di Amsterdam: al posto dei metodi tradizionali, i ricercatori hanno sviluppato un impianto sottocutaneo mini-invasivo che consente di lasciare intatta l’articolazione e far riprendere al paziente una regolare attività sportiva (non agonistica).

Duro eppure fragile, capace di reggere il peso del nostro corpo e di farci saltare e correre, ma anche difficile da recuperare e continua fonte di dolore se qualcosa nel suo meccanismo si inceppa. Il ginocchio, secondo gli ultimi dati Istat, è fonte di problemi per oltre due milioni e mezzo di persone(il 5% della popolazione adulta e circa il 20% di quella anziana); problemi che spesso si trasformano in piccoli infiniti calvari, tra operazioni chirurgiche, protesi e conseguenti rinunce ad attività fisiche primarie come la passeggiata o la corsa e ancor più a quelle sportive.

Per fortuna la scienza, sul fronte della chirurgia del ginocchio, sta facendo passi da gigante, come conferma un nuovo studio tutto italiano curato dalla divisione di Ortopedia e Traumatologia dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (VR). Al centro della ricerca c’è lo KineSpring, un impianto che promette di rivoluzionare la vita di milioni di persone. Si tratta di un dispositivo da applicare direttamente sulle ossa del ginocchio, che consente di lasciare intatta l’articolazione e far riprendere al paziente operato una regolare attività sportiva (magari non proprio agonistica).

L’apparecchio non intacca né ossa né legamenti, permette il naturale movimento del ginocchio ed è capace di alleggerire le nostre gambe di un carico fino a 13 chili, dare sollievo dal dolore fino a una soglia dell’80% e recuperare i movimenti in circa 6 settimane. La presentazione ufficiale dello studio italiano sul dispositivo medico battezzato KineSpring è stata fatta ad Amsterdam in occasione del congresso europeo Esska (European Society for Sports Traumatology, Knee Surgery and Arthroscopy, www.esska.org), dedicato appunto alla chirurgia del ginocchio.

Simile a un ammortizzatore a molla, impiantabile in meno di un’ora di intervento nel tessuto sottocutaneo dell’articolazione senza alcun danno a legamenti, cartilagine e ossa, e rimovibile in qualsiasi momento senza lasciare alterazioni, l’apparecchio è stata una delle novità più rilevanti presentate al congresso.

Il KineSpring finora è stato impiantato con successo su 750 persone: in molti casi ha permesso di posticipare la data di impianto della protesi e in molti altri l’ha resa non più necessaria. Solo tre operati al ginocchio per l’impianto della piccola molla hanno poi avuto problemi di mobilità. “Le terapie conservative sono per molti poco efficaci, e una chirurgia invasiva troppo precoce –  spiega Claudio Zorzi, direttore della divisione ortopedica del Sacro Cuore Don Calabria – dato che la protesizzazione viene eseguita più spesso e con buoni risultati solo in pazienti ultrasessantenni affetti da artrosi a uno stadio avanzato”.

Come trattare, dunque, le persone fra i 30 e i 60 anni con uno stile di vita attivo, casi cioè in cui la protesi può non essere impiantata, perché magari rifiutata dal paziente, e le terapie conservative non servono? “Non dobbiamo dimenticare  –  spiega Vincenzo Madonna, autore dello studio, vicepresidente del comitato di chirurgia del ginocchio SIGASCOT e direttore di struttura semplice di chirurgia del ginocchio del Sacro Cuore di Negrar –  che ai giorni nostri esiste una popolazione ancora molto attiva, anche oltre i 60 anni, con passioni che spaziano dal calcio al tennis, dallo sci alla corsa. Questa tipologia di persone frequentemente ha un passato di chirurgia a uno o addirittura a entrambe le ginocchia. Molti hanno subito una asportazione del menisco mediale o interno, o un malallineamento degli arti inferiori (ginocchia a parentesi o da cavallerizzo), situazioni che, con gli anni, hanno causato un processo artrosico al comparto mediale del ginocchio. È proprio in questi casi che il dispositivo diventa prezioso, perché non preclude al paziente la possibilità di ritornare a praticare attività fisiche o addirittura sportive, senza ovviamente pretendere miracoli. Le prestazioni agonistiche purtroppo vanno scordate”.

Importanti, secondo gli autori dello studio, potrebbero essere anche le ricadute sul sistema sanitario nazionale, grazie alla possibile riduzione, grazie a questo dispositivo, dei costi per le terapie antalgiche e fisiatriche e alla limitazione degli alti costi associati agli interventi di revisione protesica, tanto più probabili quanto più bassa è l’età della prima protesizzazione. “Il costo sociale dell’artrosi è enorme  –  conclude Zorzi  – perché bisogna pensare non soltanto alla chirurgia protesica, necessaria nella fase avanzata della malattia, ma agli interventi di contenimento o controllo della patologia, come la terapia farmacologica, infiltrativa o alla riabilitazione, che spesso superano i costi chirurgici, con una spesa globale quantificabile in circa 6,5 miliardi di euro all’anno”.

Costi elevatissimi, se si pensa che il 30% delle risorse sanitarie oggi impiegate per la terza età sono dedicate a questa patologia, e un terzo di esse, circa il 10% del totale, all’artrosi del ginocchio. Nel 2009 sono state più di 55 mila le protesi impiantate in Italia (totali, parziali, mono e pluricompartimentali) e il dato è in aumento, senza contare che sta diminuendo la fascia di età in cui si ricorre alla chirurgia protesica, ormai non più limitata a pazienti over 60 ma possibile già a partire dalla fine dei 40 o nel decennio dei 50 a causa di esiti post-traumatici, il più delle volte sportivi.

Nel dettaglio, l’apparecchio consiste in due placche metalliche fissate l’una sul femore e l’altra sulla tibia, in modo da fungere da basi di ancoraggio per un vero e proprio ammortizzatore, il tutto posizionato extra-articolarmente. Il dispositivo viene innestato attraverso piccole incisioni nella parte interna della gamba, sopra e sotto il ginocchio, e poi fissato mediante viti al femore e alla tibia, le ossa principali della parte superiore e inferiore della gamba. Il diametro è simile a quello di una penna o di una matita e le basi di ancoraggio sono più piccole di un pacchetto di gomme da masticare Le perdite di sangue sono irrisorie, ci si può rimettere in piedi immediatamente, la degenza in ospedale è di soli 1-2 giorni e il ritorno alla normale vita quotidiana avviene rapidamente.

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