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I ricordi ‘motori’ custoditi in aree specifiche

La fluorescenza verde evidenzia lo strato molecolare interneuronale (snc di un embrione di drosophila)

La fluorescenza verde evidenzia lo strato molecolare interneuronale (snc di un embrione di drosophila)

Una ricerca dimostra che lo strato molecolare interneuronale fa da “custode” agli impulsi elettrici. Lo studio potrebbe aiutare chi ha sofferto di disordini cerebrali  – di SARA FICOCELLI


“E’ come andare in bicicletta, una volta che hai imparato non lo dimentichi”. Pedalare è uno di quegli automatismi che non si scordano. Non importa a che età abbiamo abbandonato le rotelle laterali né per quanto tempo abbiamo tenuto la bici in garage. Rimettersi in sella e partire non è mai un problema per nessuno e lo stesso discorso vale per sciare, mangiare con le bacchette e nuotare. Una ricerca pubblicata su Nature Neuroscience ha identificato il segreto di questa capacità del nostro cervello in una cellula nervosa che regola i meccanismo dei ricordi motori. In pratica per noi è più facile ricordare come si fanno correttamente gli addominali piuttosto che una poesia di poche righe. Il motivo sta nei collegamenti tra le cellule nervose che stimolano l’apprendimento. Un team di neuroscienziati delle Università di Aberdeen, Rotterdam, Londra, Torino e New York ha studiato le connessioni tra cellule nervose nel cervelletto, la parte che immagazzina dati sul coordinamento dei movimenti, scoprendo che un particolare tipo di cellula, il cosiddetto strato molecolare interneuronale, fa da “custode” agli impulsi neuronali. La funzione principale del cervelletto è infatti quella di coordinare le uscite motorie, tanto che le lesioni cerebellari compromettono la coordinazione dei movimenti degli arti e degli occhi e persino l’equilibrio. Questo strato molecolare controlla i segnali elettrici che arrivano dal cervelletto e li trasforma in modo che vengano immediatamente percepiti come ricordo in tutte le parti del cervello. Il dottor Peer Wulff, che ha coordinato la ricerca ad Aberdeen insieme al professor Bill Wisden dello University’s Institute of Medical Sciences, spiega che il loro obiettivo principale era quello di capire in che modo i ricordi vengono classificati.
“Abbiamo notato che c’è una cellula che traduce i segnali che provengono dal cervelletto in un particolare codice che a sua volta diventa ricordo, e che questo meccanismo funziona ogni volta che apprendiamo una nuova abilità motoria”. I movimenti dunque avrebbero una corsia preferenziale nel database della memoria. Questa scoperta non solo aggiunge nuove pagine ai trattati di neuroscienza ma apre la porta a studi su apparecchiature capaci di mimare le funzioni cerebrali. Chi ha sofferto di disordini cerebrali, come l’infarto o la sclerosi multipla potrebbe, grazie a questa ricerca, ricominciare a fare una vita normale grazie a protesi in grado di riprodurre questi meccanismi nervosi.

“Per capire il modo in cui funzionano il cervello e i processi informativi che regolano l’apprendimento, potremo servirci di software capaci di mimare le naturali funzioni cerebrali in pazienti che hanno subìto traumi”. Circa un anno fa un altro studio pubblicato su Nature, condotto dall’Istituto Max Planck di Martinsried in Germania e dallo University College di Londra, ha dimostrato che l’esercizio mentale di equilibrio e coordinamento, che a livello cerebrale è possibile grazie alle sinapsi fra neuroni, anche se viene interrotto da elementi esterni non ha bisogno di essere appreso di nuovo. In pratica, in attesa che un’esperienza traumatica, come perdere l’equilibrio in bici o sugli sci, si verifichi una seconda volta, il cervello preferisce “conservare” le informazioni che aveva accumulato in precedenza. Questa capacità si chiama “plasticità strutturale” ed è caratterizzata da cambiamenti nella struttura delle sinapsi, dei neuroni e della rete di comunicazione fra questi. Il cervello, insomma, ha molte più risorse di quanto la mente possa immaginare.


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