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Iperplasia prostatica benigna: i controlli da fare e curarla senza problemi

Iniziare i controlli iniziano a 40 anni
L’ipestrofia prostatica benigna è l’altra “faccia” dell’ingrossamento della prostata, quella che non fa paura, perché non degenera nella forma maligna, ma può causare disagi e fastidi anche negli uomini più giovani, a cominciare dai 30-40 anni. Tra l’altro con una marcia silenziosa: può restare asintomatica a lungo, per poi manifestarsi con le sue difficoltà tipiche, urinare poco o troppo spesso e con difficoltà.

“L’ipertrofia prostatica benigna (Ipb) è una patologia caratterizzata dall’aumento delle dimensioni della ghiandola prostatica – spiega Vincenzo Gentile, Direttore del Dipartimento di Urologia dell’Università La Sapienza di Roma – a causa di una crescita benigna del suo tessuto, determinata da diversi fattori ma principalmente dallo stimolo degli ormoni steroidei androgeni (diidrotestosterone) e degli estrogeni”.

L’IPB rappresenta una delle patologie a frequenza maggiore nell’uomo adulto. Più del 50 % degli uomini dopo i 40 anni sono interessati da uno stadio che necessità di terapia. Dopo i 70 anni la percentuale sale: 8 uomini su 10 ne sono affetti. Esordisce come modificazione strutturale della ghiandola, già intorno ai 30 anni, ma dà le sue manifestazioni cliniche generalmente dopo i 40 anni. Più si va avanti con l’età, più cresce l’incidenza. Anche se al problema quotidiano, spesso fonte di preoccupazione, ansia e grave disagio per l’uomo giovane o più anziano, fa da contraltare una buona notizia, che non deve mettere in ombra i controlli. “L’IPB non può degenerare in neoplasia prostatica – ricorda lo specialista -, sono due patologie indipendenti che colpiscono porzioni differenti della prostata, ma che spesso coesistono. Ai controlli per IPB si associano sempre i controlli per tumore prostatico, che spesso coesiste – spiega Gentile – con la patologia benigna iperplastica, nella stessa ghiandola e nella stessa fascia di età”.

Le alterazioni a danno della muscolatura vescicale sono lente e croniche, prima reversibili poi irreversibili. All’inizio si manifestano con una difficoltà a urinare che coincide con uno svuotamento problematico della vescica, con stimoli impellenti e l’aumento diurno e notturno della frequenza minzionale. Con la fase ostruttiva c’è la riduzione, la difficoltà a iniziare la minzione e lo svuotamento incompleto della vescica.

Quali esami fare e quando iniziarli?

Importante è distinguere tra le due fasi. “In caso di una IPB che non determina una sintomatologia significativa – spiega Gentile – quindi per il paziente senza impatto sulla qualità di vita e non a rischio di progressione (volume prostatico inferiore a 40 cc e PSA inferiore a 1.4 ng/ml), non si eseguono terapie ma solo controlli periodici almeno una volta anno”.Se le cose peggiorano “in assenza di segni di progressione di malattia o danno sulla funzione vescicale, viene generalmente impostata una terapia medica sintomatica con inibitori alfa1 adrenergici – ricorda l’urologo. Si tratta di farmaci che determinano “un rilassamento della muscolatura liscia del collo vescicale, uretra prostatica e prostata, favorendo lo svuotamento vescicale e migliorando la sintomatologia del paziente”. Agiscono con rapidità.


Se il volume volume prostatico supera i 40 cc con un PSA totale superiore a 1.4 ng/ml si associa all’alfa1 bloccante un’altra classe di farmaci, gli inibitoro della 5 alfa reduttasi che “agiscono realmente sulla crescita dell’IPB bloccandola – continua il medico – e prevenendo quindi una sua progressione fino allo sviluppo di complicanze”. Sono presenti anche terapia sulla componente infiammatoria che spesso si associa nella prostata all’IPB, a base di estratti vegetali prevalentemente con serenoa repens. Alcune di queste preparazioni rientrano nella categoria di farmaci (estratti exani), altre invece sono semplicemente degli integratori alimentari.
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Studi recenti hanno anche confermato l’utilità sui Luts, i disturbi delle basse vie urinarie, di farmaci nati per il trattamento della disfunzione erettile. “Sono gli inibitori delle fosfodiesterasi – ricorda il medico – introdotti recentemente come possibile terapia sintomatica dell’IPB”.
La prevenzione è d’oro, ma nel caso di una IPB ormai in fase avanzata, con una importante ostruzione che ha già iniziato a determinare un danno sulla funzione vescicale o in presenza di complicanze “bisogna necessariamente ricorrere alla chirurgia”. La novità maggiore nella terapia dell’IPB è associata alla “possibilità di utilizzare dei nuovi laser per la chirurgia endoscopica che riducono ulteriormente l’invasività di questi interventi”. Si tratta ormai di chirurgia quasi esclusivamente via endoscopica transuretrale.

Un laser molto preciso “taglia” vaporizzandolo il tessuto, permette la coagulazione e asporta il tessuto in eccesso. “Questa azione combinata permette di ridurre i tempi di degenza e di cateterismo postoperatorio a 24-48 ore – afferma Gentile – e di rendere l’intervento pressoché esente da perdite di sangue anche in pazienti a maggior rischio, a dare risultati duraturi, ad eliminare una sintomatologia irritativa prolungata postoperatoria, presente invece nei laser che non asportano il tessuto vaporizzato”.

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