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Alzheimer: quanto lo smog incide sull’insorgenza

Con l’aria inquinata si respirerebbero nanoparticelle in grado di entrare direttamente nei tessuti cerebrali
E se fra i fattori di rischio per l’Alzheimer ci fosse anche lo smog? A sollevare l’ipotesi è un nuovo studio pubblicato su Pnas da un gruppo di ricercatori guidato da Barbara Maher dell’Università di Lancaster, nel Regno Unito, che analizzando mediante spettroscopia il cervello di una quarantina di individui di età variabile tra i 3 e i 92 anni residenti a Città del Messico o a Manchester hanno identificato la presenza di nanoparticelle di magnetite simili a quelle che possono essere presenti nell’aria a causa dell’inquinamento.

In realtà i ricercatori pensano che particelle di magnetite possano formarsi naturalmente all’interno del cervello. La maggior parte di quelle identificate da Maher e colleghi hanno però una struttura diversa dalla magnetite ‘naturale’ – sono sferiche, hanno un diametro massimo di 150 nm e alcune hanno superfici fuse – e analoga a quelle che si formano nei motori dei veicoli (in particolare dai diesel), durante gli incendi, o che possono essere emesse dai fornelli domestici.   Purtroppo si tratta di sostanze tossiche; la magnetite, infatti, è stata associata alla produzione di radicali liberi nel cervello, e questi ultimi sono stati a loro volta associati alle malattie neurodegenerative, Alzheimer incluso. Come se non bastasse, le nanoparticelle sferiche sono spesso associate a nanoparticelle contenenti altri metalli, come platino, nickel e cobalto.

“Le particelle che abbiamo trovato sono notevolmente simili alle nanosfere di magnetite abbondanti nell’inquinamento atmosferico delle aree urbane, specialmente vicino alle strade trafficate, e che si formano per combustione o riscaldamento frizionale nei motori o nei freni dei veicoli”, ha sottolineato Maher, spiegando che ciò indica che “le nanoparticelle di magnetite presenti nell’atmosfera possono entrare nel cervello umano, dove potrebbero rappresentare un pericolo per la salute umana”. Particelle di dimensioni inferiori ai 200 nm sono infatti abbastanza piccole da riuscire ad entrare direttamente nel cervello attraverso il nervo olfattivo.

La ricercatrice ha però sottolineato anche che questi dati non provano l’esistenza di un legame causale tra queste particelle e l’Alzheimer; ciononostante, secondo Maher lo smog “è un potenziale fattore di rischio ambientale che non possiamo permetterci di ignorare”.

“Questi risultati – ha aggiunto David Allsop, esperto di Alzheimer e coautore dello studio – aprono un’intera nuova strada per lo studio di un possibile fattore di rischio ambientale per una serie di diverse malattie cerebrali”.

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