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Un batterio da Nobel: l’Helicobacter pylori

Helicobacter pylori

Helicobacter pylori

Sono passati circa vent’anni da allora, e oggi, con l’attribuzione del premio Nobel, anche il mondo accademico ha voluto riconoscere a Robin Warren e Barry Marshall il merito di aver dimostrato, come causa scatenante per gastriti e ulcere, la possibilità dell’origine infettiva.

La storia dell’Helicobacter pylori è, innanzitutto, la storia di una scoperta osteggiata, cosa molto frequente, peraltro, quando si parla di scoperte, e non soltanto in campo medico. L’ostacolo, in questo caso, risiedeva nell’idea, fortemente radicata nel pensiero medico, che nello stomaco non fosse possibile l’attecchimento e lo sviluppo di batteri per la particolare natura chimico-fisica dell’ambiente, caratterizzato da un pH fortemente acido e dalla presenza di attività enzimatiche digestive.

Così, quando nel 1983 due medici australiani, Robin Warren, patologo, e Barry Marshall, giovane specializzando in medicina interna, comunicarono di essere riusciti a coltivare un microrganismo spiraliforme da campioni bioptici di mucosa gastrica, incontrarono inevitabilmente lo scetticismo della comunità scientifica.  In realtà, già nel 1893 Giulio Bizzozero, patologo dell’Università di Torino, aveva descritto la presenza di batteri spiraliformi nello stomaco di animali, ma questa segnalazione era rimasta isolata e non aveva avuto seguito.

Preparato istologico, Helycobacter-positivo (puntini neri)

Preparato istologico, Helycobacter-positivo (puntini neri)

Robin Warren, invece, convinto che ci fosse una relazione di causa-effetto fra quali gastriti e ulcere, in cui ne aveva documentato la presenza, spinse la verifica della sua scoperta alle estreme conseguenze, ingerendo una coltura del microrganismo. La comparsa dei sintomi e dei segni di origine gastrica che conseguirono alla volontaria ingestione del microrganismo e la loro risoluzione dopo una terapia combinata di antibiotici e farmaci antisecretivi confermarono l’ipotesi che sia per la gastrite sia per l’ulcera si poteva riconoscere una causa batterica.

Schema che illustra rapporto e azione tra batterio e stomaco

Schema che illustra rapporto e azione tra batterio e stomaco

Gli esami e la diagnosi | È possibile porre una diagnosi di infezione da Helicobacter pylori mediante metodi invasivi o non invasivi. Uno dei metodi invasivi è il prelievo di mucosa gastrica durante un esame endoscopico, per farla analizzare con test dell’ureasi, con esame istologico, coltura in piastra o con PCR. Per quanto riguarda i test non invasivi, il più semplice è il test del respiro (Urea Breath Test), effettuato somministrando oralmente dell’urea marcata con un isotopo e misurandone la concentrazione nell’aria respirata, emessa soffiando in una provetta. La ricerca di anticorpi, invece, può essere effettuata mediante analisi del sangue, della saliva, delle feci, dell’urina, mentre la ricerca degli antigeni si effettua con test.


Corriere.it pubblica il  17 aprile 2009:

Creato lo yogurt anti-Helicobacter

Messo a punto da ricercatori giapponesi per combattere il batterio responsabile di gastriti e ulcere allo stomaco

MILANO – Per combattere l’Helicobater pylori, il temibile batterio che una volta insediato nello stomaco non fa altro che sottoporre la sua mucosa alle sostanze tossiche che produce, scende in campo anche uno speciale yogurt, frutto del lavoro di ricercatori della Kyoto Women’s University in Giappone. Il nuovo prodotto, già in commercio in Giappone e Corea, è stato protagonista di uno studio su una quarantina di persone i cui risultati sono stati presentati al recente congresso dell’American Chemical Society .

PROPRIETÀ – Le proprietà anti-Helicobacter del nuovo yogurt sono legate alla presenza di anticorpi contro l’ureasi, proteina sulla quale questo batterio fa affidamento per attaccare e infettare il rivestimento dello stomaco. In pratica i ricercatori giapponesi, servendosi della classica tecnologia impiegata per fabbricare i vaccini, hanno creato anticorpi anti-ureasi e per veicolarli ai pazienti hanno usato uno yogurt. Per ora l’efficacia dello speciale preparato è stata testata in 42 persone, tutte positive all’H. pylori. I volontari hanno consumato due tazze al giorno di yogurt normale o yogurt contenente l’anticorpo per quattro settimane. Al termine del trattamento i ricercatori hanno misurato i livelli di urea, un sottoprodotto dell’ureasi, e hanno visto che erano notevolmente diminuiti nei pazienti che avevano assunto lo yogurt con anticorpi, a indicare che il preparato aveva favorito una riduzione dell’attività del temibile batterio. «I nostri risultati – segnalano i ricercatori giapponesi – indicano che è possibile sopprimere l’infezione da H. pylori bevendo uno yogurt arricchito con anticorpi anti-ureasi. Verosimilmente questo anticorpo viene distrutto dagli acidi dello stomaco, ma non prima di aver svolto il suo effetto benefico. Sebbene lo yogurt sia meno efficace delle terapie farmacologiche classiche, è molto più facile da somministrare e non causa apparentemente effetti collaterali né altera il sapore dello yogurt».

INDICAZIONI – I ricercatori giapponesi, sebbene soddisfatti dei risultati ottenuti, sottolineano però che il nuovo preparato non è per tutti. Innanzitutto non è indicato in chi è allergico al latte o alle uova. Non solo, questo tipo di prodotto è stato pensato soprattutto per tutte quelle persone che vivono in Paesi in via di sviluppo che non possono accedere alle cure tradizionali. «La segnalazione è curiosa, ma di sicuro non cambia nulla nella terapia dell’Helicobacter pylori, batterio che se non contrastato può produrre sostanze che causano danni alle cellule e con il tempo provocare gastrite, ulcera e il temibile tumore dello stomaco – riferisce Nicola Caporaso, Cattedra di gastroenterologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Società italiana di gastroenterologia – . Oggi abbiamo individuato delle cure farmacologiche in grado di eradicare questo batterio con successo e che devono continuare a essere di riferimento. In corso ci sono diverse sperimentazioni con sostanze sia farmacologiche sia di origine naturale, ma per ora non ci sono dato solidi che le sostengano. Anche lo studio giapponese risente dell’assenza di numeri importanti».

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