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Dal rene portatile a staminali spegni-rigetto, novita’ in arrivo.

Cellule dendridiche che interagiscono con i Linfociti T

Cellule dendridiche che interagiscono con i Linfociti T

Roma, 24 giu. (Adnkronos Salute) – E’ il sogno di ogni nefrologo, ma soprattutto dei malati in dialisi: un’alternativa alle lunghe soste in ospedale attaccati a una macchina, almeno tre volte a settimana, per ‘ripulire’ il sangue. “Il rene portatile è diventato una realtà: il prototipo, ancora da perfezionare, è stato pubblicato su ‘Lancet’. Si indossa come una cintura, pesa circa 5 kg e consente di lavorare e muoversi mentre si fa la dialisi, che però in questo caso dura circa 8 ore al posto di 4″. A descriverlo è Antonio Dal Canton, presidente della Società italiana di nefrologia (Sin), illustrando oggi a Roma le ultime novità del settore, in vista del congresso Sin che si terrà in autunno a Bologna.


“Certo il rene portatile è da perfezionare – ammette l’esperto – si tratta di un apparecchio ancora ingombrante e impegnativo da indossare. Ma la ricerca va avanti”. E passa anche per il rene bioartificiale: un filtro meccanico con cellule renali stratificate, che riproduce parte della funzionalità renale. “Si potrebbe mettere insieme il rene portatile e il filtro bioartificale, per creare un dispositivo biomeccanico che sostituisca meglio il rene malato”, ipotizza Dal Canton. Per 6-7 mila italiani l’anno però, non resta che attendere un rene nuovo. Fronteggiando poi il pericolo di un rigetto. “Oggi si punta a indurre la tolleranza con farmaci ad hoc, per ‘addomesticare’ i linfociti T e spingerli a riconosce come ‘amica’ la cellula trapiantata, evitando così il rigetto. Si ricorre anche al chimerismo: introducendo nell’organismo del ricevente sangue del donatore subito prima e dopo il trapianto, per indurre la tolleranza”.

E non è tutto. Un’arma in più arriva dalle cellule staminali mesenchimali che, prima in vitro e poi nell’uomo, hanno dimostrato di bloccare la reazione immunitaria. Cellule ‘spegni-rigetto’ che sono viste con molto interesse dagli studiosi. “Tanto che proprio a Pavia – rivela il nefrologo – abbiamo in programma uno studio pilota su una decina di pazienti, che partirà in autunno”. I trapiantati di rene, pancreas, fegato e cuore ne trarrebbero un enorme beneficio, visto che oggi molti effetti negativi dell’immunosoppressione ‘classica’ coinvolgono organi già colpiti dal diabete o dall’aterosclerosi. Evitando medicinali tossici per i reni si permetterebbe, ad esempio, a diabetici con una lieve o moderata nefropatia di fare solo un trapianto di pancreas, piuttosto che quello di rene-pancreas.

Insomma, nel caso del trapianto il problema non è solo la disponibilità di organi, ma anche il rigetto. “Si potrebbero potenziare le donazioni da vivente e quelle a cuore fermo, per aumentare il bacino dei potenziali donatori”, suggerisce Dal Canton. Al congresso Sin si esaminerà anche il ruolo del gene dell’ipertensione, colpevole di molte forme di pressione alta, e della diagnosi precoce dell’insufficienza renale acuta, grazie a nuovi biomarcatori scoperti di recente e prodotti dalle cellule renali danneggiate. La produzione di queste proteine ‘scatta’ molto prima del deficit renale, e dunque il dosaggio di queste molecole ‘spia’ permetterebbe una diagnosi precoce e un trattamento più efficace.

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