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Vaccini: un nuovo vettore per aiutare la risposta immunitaria

È grazie agli scienziati della Oregon State University che si potranno realizzare nuovi vaccini per affrontare le sempre più pericolose malattie che si diffondono a macchia d’olio nel mondo.

Le sostanze in questione, chiamate coadiuvanti, non sono degli immunogeni di per sé, ma favoriscono l’aumento della risposta immunitaria se combinate a un vaccino.


Il problema, tuttavia, è che al momento attuale sono due le sostanze adiuvanti approvate per l’uso umano a causa della preoccupazione per la loro tossicità. Sono l’idrossido di alluminio o l’allume che si trovano comunemente i vaccini come quello per l’epatite B e il tetano.

Lo studio è stato condotto finora sui topi e ha mostrato che il nuovo adiuvante – preparato con nanoparticelle derivate dalla lecitina di soia – ha favorito gli antigeni proteici a indurre una risposta immunitaria 6 volte più forte che non quando si utilizza, per esempio, l’allume. In più, la risposta degli anticorpi si è avuta dopo solo una somministrazione anziché dopo due come nel caso dell’allume.
L’utilizzo delle nanoparticelle di lecitina apre quindi nuovi orizzonti nella preparazione di nuovi e più efficaci vaccini. Il dr. Zhengrong Cui, assistente professore della OSU Farmaceutici, ha dichiarato che «in molti casi, per poter fare progressi con lo sviluppo di vaccini abbiamo bisogno di nuovi coadiuvanti. Il materiale deve essere sicuro, e la lecitina è un prodotto alimentare di uso comune già ampiamente utilizzato nel settore farmaceutico».

Lo studio condotto sui modelli animali pare suggerire quindi che un vaccino basato su nanoparticelle di lecitina non solo sarebbe più efficace, ma è meglio tollerato rispetto a quello con l’allume. Se si dimostrerà così che il nuovo adiuvante è sicuro, e approvato a seguito di ulteriori processi clinici, potrebbe presto diventare la base per una rivoluzione nella produzione di vaccini e fungere da vettore universale, hanno infine commentato i ricercatori.
I risultati dello studio sono stati pubblicati nel “Journal of Controlled Release”.


La Stampa.it

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